Requiem per l’inviato speciale

Photographer Robert Capa during the Spanish ci...

Image via Wikipedia

Due o tre considerazioni fuori dal coro e senza retorica, a margine della vicenda che ha coinvolti i quattro giornalisti italiani sequestrati e poi (per fortuna) liberati a Tripoli.

– Paradossale ma vero: oggi il vero pericolo, per il lavoro degli inviati speciali, sta dentro e non fuori dalle redazioni, perchè gli editori preferiscono sempre di più l’occhio virtuale di chi spia in Rete all’occhio reale di chi va in giro per il mondo, a scarpinare e a raccontare in prima persona. C’è bisogno di eventi globali come un terremoto o una guerra perchè i media mainstream decidano di spendere qualche soldo. E in ogni caso la copertura informativa che ne risulta segue ormai le regole del marketing e dello spettacolo più che del giornalismo: titoli urlati, story-telling, gossip ed effetti speciali. Se a questo si aggiunge la tirannia del real time e della multimedialità, finisce che l’inviato deve starsene troppo spesso in collegamento audio e/o video, senza avere il tempo di andare a cercarsi le vere notizie.

– Non è vero che gli inviati “se la vanno a cercare”. Quanto è successo a Monici, Quirico, Rosaspina e Sarcina sta purtroppo nel novero delle possibilità, se si decide di andare nel cuore degli avvenimenti. Certo si possono fare degli errori di valutazione, oppure scelte non sempre felici; ma come diceva Robert Capa, se una foto non è buona vuol dire che non eri abbastanza vicino.  Purtroppo, però, non a tutti gli inviati e non a tutte le vicende viene riservato lo stesso trattamento: ricordo articoli velenosi contro Giuliana Sgrena, all’epoca del suo rapimento in Iraq, per la sua presunta “avventatezza”. E un trattamento simile venne riservato a Raffaele Ciriello, morto a Ramallah nel 2003, sotto il piombo israeliano. Io preferisco chi rischia, con cognizione di causa,  a chi poltrisce in albergo, masticando le storie che gli altri sono andati a cercare, consumando le suole delle scarpe.

– Non c’è cinguettio o citizen journalist che possa sostituire l’inviato speciale. Capisco l’ossessione per la tempestività, ma solo la competenza e l’esperienza possono farci capire veramente come va il mondo. Tutto il resto dura solo il tempo di un clic.     

 

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