I fiori di Sidi Bouzid

In memory of Bouazizi - Tunis - Jan22 DSC_7067

Image by cjb22 via Flickr

“Oggi alle quattro c’è un ragazzo che si darà fuoco. Lo filmiamo?”. Gli avevo appena stretto la mano quando Sabeur, il nostro fixer locale, ci propone di inziare con un suicidio in diretta la nostra visita di Sidi Bouzid. E’ il suo modo di darci il benvenuto nella città del nulla, qui dove tutti aspettano un futuro che non c’è e che (molto probabilmente) non verrà mai. Siamo nel cuore della Tunisia profonda e da queste parti la disperazione è una brutta bestia. Perchè ti scava dentro, giorno dopo giorno, e finisce per divorare tutto, anche la tua voglia di vivere. D’altra parte, per essere disperati non bisogna per forza avere una tragedia alle spalle. Basta nascere qui, a Sidi Bouzid. Era disperato il venditore ambulante Mohammed Bouazizi, 24 anni, che si è dato fuoco il 17 dicembre scorso perchè la polizia gli aveva sequestrato la merce in vendita sul suo carrettino. Ed era disperato Houssine Ben Faleh Falhi, 26 anni, che cinque giorni dopo si è lasciato cadere da un traliccio in pieno centro perchè non riusciva a trovare di che sfamare la sua famiglia. Due fra i tanti. La gente non ne parla volentieri – perchè l’islam non ammette il suicidi – ma nessuno se ne stupisce. Perchè togliersi la vita appare in fondo come un sussulto di vita in un posto infame che ti vuole morto fin dalla nascita. “Non c’è niente qui a Sidi Bouzid – dice Sabeur – Non c’è lavoro, non c’è dignità e non c’è speranza.” ” Anche se provassi a vendere i miei genitori – aggiunge, sarcastico – non avrei di che tirare avanti. Sono vecchi e malandati”. 

Chi può permettersi un prestito, prova ad affrontare la traversata sui barconi che vanno a Lampedusa. L’hanno fatto a centinaia, di molti non si sa più nulla, inghiottiti quasi certamente da quell’ ignobile cimitero di migranti che è diventato il Canale di Sicilia. Chi resta, passa invece la sua giornata in fila davanti agli uffici pubblici, sperando in un aiuto economico che permetta di affrontare le emergenze, oppure bivacca ai tavolini dei caffè, lo sguardo perso nel nulla, a fumare la chichia e a sognare. Davanti alla telecamera di Anna Maria Selini, la mia collega, si creano subito degli assembramenti mostruosi: c’è chi urla, c’è chi piange, tutti hanno bisogno di sfogare la loro disperazione. Sperano che i media internazionali possano contribuire a cambiare le cose, magari a far decollare qualche progetto di cooperazione. I numeri d’altronde parlano da soli:  la disoccupazione qui è al 34% – ma sono i dati ufficiali ! – e lavorando a giornata si guadagnano al massimo 15-20 dinari tunisini (7-10 euro). Per avere un posto fisso c’è invece da oliare gli ingranaggi del potere: fino a 20mila dinari nelle tasche giuste per un posto da funzionario pubblico, e c’è da fare la fila.  Solo così, però, si fa bingo. Anche perchè, senza posto fisso non si ha diritto nemmeno all’assistenza sanitaria. “Io mi curo con le erbe – dice Sabeur – non so nemmeno com’è fatto un ospedale”.   

Insomma, da Sidi Bouzid le cosiddette “primavere” arabe non sembrano affatto così glamour come i media mainstream hanno voluto dipingerle. Niente gelsomini, da queste parti. Eppure è qui che è scoccata la prima scintilla. Qui, dopo il suicidio del povero Bouazizi, la gente è scesa in piazza e per quasi una settimana si è scontrata a muso duro con le forze dell’ordine, reclamando libertà, democrazia e dignità. Da qui è poi partita la Rivoluzione del 14 gennaio, che ha portato alla cacciata del dittatore Zine El-Abidine Ben Ali.  Sono passati però otto mesi e non è cambiato nulla. Anzi, si continua a scendere in piazza e a morire. Com’è successo a  Thabet Belkacem, 19 anni, ucciso qualche settimana fa da un proiettile vagante durante una manifestazione organizzata dai sindacati. In fondo, ha ragione il poeta locale, un giudice in pensione, che ci dice: “Il sangue continua a scorrere a Sidi Bouzid, ma i fiori crescono a Tunisi o sulle spagge per turisti della Marsa“. La disperazione continua.

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Una risposta a I fiori di Sidi Bouzid

  1. Francesco Patitucci ha detto:

    Sembra inpossibile che articolo scritto, possa proiettare quasi una visione schermata di fatti, e di realtà quotidiana su cosa accade in questi paesi.Quello che si percepisce dai tuoi articoli Amedeo,non è un semplice raccontare ma bensì, un tuo coinvolgimento totale di sentimento e passione lavorativa che viene assorbito completamente dai noi lettori………Grande…..

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