Eventi globali, guerra e informazione ai tempi dei social network

Free twitter badge

Image via Wikipedia

In anteprima, estratti da un mio lavoro che uscirà a breve sulla rivista EAST. E’ un post molto lungo, lo so, ma spero ne valga la pena: 

Da qualche anno a questa parte stanno cambiando con grande velocità le modalità e il tipo di copertura informativa che il  sistema dei mass media ci offre dei principali avvenimenti internazionali. E grandi sono le trasformazioni in corso nel reperimento, trattamento, diffusione e consumo delle notizie ad essi correlati…. Sostanzialmente, si è passati dalla rarità all’abbondanza di informazioni. Al punto che si parla ormai di infobesità, per definire la straordinaria ricchezza di fonti, la sovrapposizione dei livelli informativi e la moltiplicazione delle piattaforme di consumo a disposizione degli utenti. Inoltre, sulla spinta della rivoluzione tecnologica degli ultimi anni – il web 2.0, l’avvento del digitale, la nascita della blogosfera, la diffusione della telefonia cellulare e dei social network – sta cambiando in maniera radicale il vecchio paradigma comunicativo con cui venivano messi in scena gli eventi globali: quel modello cioè delle breaking-news e della televisione totale inaugurato dalla CNN a Baghdad, nel 1991, allo scoppio della I Guerra del Golfo .

Si è aperta da questo punto di vista una fase nuova, in cui da un lato le notizie si strutturano sempre di più come un flusso immediato, continuo e interattivo, di cui giornalisti e media tradizionali non sono però più l’unico perno, mentre i contributi user generated e provenienti dal citizen journalism sono ormai parte integrante; e dall’altro l’agenda del mondo non è più dettata secondo modalità rigorosamente mainstream, ma si è fatta permeabile a spinte eterogenee, anche dal basso, che ne modificano temi e priorità, garantendone un maggior pluralismo e quindi un tasso più elevato di partecipazione.

Secondo gli esperti, l’onda lunga di questo mutamento è partita nel 2007, con la copertura informativa dello Tsunami asiatico: indubbiamente il primo evento globale in cui – a causa dell’isolamento di molte delle regioni colpite – il peso della blogosfera, dei social network e dei contributi user-generated è stato determinante nell’evitare il black-out delle notizie e nell’imporre quella tragedia all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale. Le varie sinergie e le modalità operative di questo nuovo paradigma comunicativo sono state poi perfezionate in occasione della rivolta in Iran dopo le elezioni del giugno 2009 – la cosiddetta Onda Verde – e si sono consolidate nei giorni del terremoto di Haiti del gennaio 2010, per avere infine una consacrazione definitiva durante le rivolte arabe dell’inverno 2011 e con la guerra civile in Libia della stessa primavera .

In tutti questi eventi globali l’occhio virtuale dei new media è arrivato prima ed ha messo a fuoco molti più dettagli rispetto all’occhio reale dei (pochi) giornalisti inviati sul posto. Ed anche se i risultati non sempre sono stati eccellenti – sul piano del rigore e della deontologia – di certo lo sono stati in termini di tempestività, ricchezza e immediatezza nella comunicazione. Per un motivo semplice: perché nel nuovo eco-sistema informativo “first the tweets come, then the pictures, then the video and then the wires” . Il che pone tutta una serie di problemi ai media tradizionali e al loro modo di lavorare, ma offre anche un nuovo ventaglio di opportunità.

Qualcuno l’ha chiamato l’effetto-Twitter . E in effetti un ruolo determinante nei mutamenti in corso l’hanno avuto blog e social network – in primo luogo Youtube, Twitter e Faceboook – con la loro straordinaria capacità di aggregazione e di comunicazione in tempo reale. Gli esempi al riguardo si sprecano. Il primo tweet da Haiti è stato postato appena sette minuti dopo il terribile terremoto che l’ha sconvolta il 12 gennaio del 2010, mentre per arrivare sul posto e organizzare la sua prima diretta televisiva dall’isola la CNN ha avuto bisogno di oltre 24 ore. Ventiquattro ore di news-vacuum, di buco totale nelle informazioni, cui i media tradizionali sono riusciti ad ovviare solo grazie al supporto di video, foto e contributi user generated reperiti setacciando blog locali e social network, gli unici in grado di operare in tempo reale anche fra le macerie e nel collasso delle infrastrutture civili. Basti pensare che su Flickr sono state taggate da Haiti in quel periodo ben 34mila foto, mentre su Facebook sono stati registrati 1500 post al minuto e su Youtube i video dall’isola sono stati i più cliccati del mese di gennaio 2010, da milioni di utenti(…)

Lo dimostra anche il caso libico. Non c’erano giornalisti stranieri all’inizio della rivolta, a Bengasi, il 15 febbraio. E quest’assenza si è protratta per un’intera settimana, finché i “ribelli” non hanno assunto il controllo del posto di frontiera al confine egiziano, aprendo di fatto il Paese ai media di tutto il mondo, che il regime non gradiva. Il buco informativo non ha comunque impedito ai media tradizionali di occuparsi dell’avvenimento, anche con grande risalto, grazie a foto, video e contributi che venivano postati in Rete da un gruppo di blogger e siti web dell’opposizione libica basati a Ginevra e non in Libia. Com’era prevedibile, la narrazione degli eventi ne è stata condizionata, in alcuni casi addirittura falsata (5), al punto da indurre in inganno diverse cancellerie europee, che hanno basato dichiarazioni e mosse diplomatiche più sui report dei grandi media che sul lavoro dei rispettivi servizi di intelligence. Ma tant’è. Fosse dipeso dal governo libico, della rivolta in Cirenaica si sarebbe saputo poco o niente, così come già avvenuto in passato, prima dell’attuale rivoluzione tecnologica . Il ruolo dei new media è stato quindi positivo, se non altro perché ha consentito di aggirare la censura ed ha garantito che gli eventi in corso non sparissero dall’agenda globale ma si imponessero anzi all’attenzione del mondo intero (…)  

In termini di ricchezza, tempestività e immediatezza, si può dire perciò che l’effetto-Twitter completa e porta a compimento l’effetto-CNN inaugurato nel 1991. Nel senso cioè che garantisce in pieno la possibilità di mettere in scena la guerra in diretta, con tutte le conseguenze che ne derivano – positive e negative – arricchendone inoltre le varianti narrative, secondo gli schemi ormai invalsi dello story-telling.  Chi vide all’epoca sul piccolo schermo il faccione di Peter Arnett stampato giorno e notte sul cielo di Baghdad solcato dalla scia dei missili intelligenti e dai traccianti della contraerea irachena non avrà certo dimenticato l’importanza di quella lunga diretta televisiva che passò alla storia. Per la prima volta, infatti – grazie agli sviluppi della tecnologia elettronica e al ruolo dei grandi network –  ci fu la possibilità di raccontare e mandare in onda in tutto il mondo, in tempo reale, un evento di straordinaria importanza qual era la I Guerra del Golfo.

Non era mai successo. E l’accelerazione nel ciclo delle notizie fu epocale: si apriva infatti l’era delle all-news e della diffusione 24-hours, che avrebbe caratterizzato il decennio successivo della televisione totale, con ricadute rilevanti sull’intero panorama dei media tradizionali, oltre che sul management della politica, della diplomazia e degli apparati militari. Dalla guerra, peraltro, quel modello venne ben presto esteso a tutti gli eventi globali: dai funerali di Lady D alla tragedia dell’11 settembre fino alla  morte di Giovanni Paolo II, inaugurando un nuovo genere di narrazione, che procede per archetipi e senza curarsi troppo dei fatti, e che è diventato il paradigma di riferimento per tutti i mass media, compresa la carta stampata.

Per avere qualche riferimento, basti pensare che ai tempi della guerra russo-giapponese, nel 1904, i reportage che mandava via telex al Corriere della Sera il mitico Luigi Barzini Senior venivano pubblicati a distanza di mesi, a volte anche due o tre, a causa delle difficoltà tecniche e per il fatto che dovevano passare le maglie della censura. Ai tempi invece della guerra del Vietnam, negli anni ’60 e ‘70, i servizi televisivi dei grandi network – che pure ebbero un peso determinante nell’orientare l’opinione pubblica americana contro quella guerra – per gli stessi motivi andavano in onda con un décalage di qualche giorno, a volte di una settimana. Non a caso, la  storia degli inviati speciali è farcita di un’abbondante aneddotica sui vari espedienti utilizzati per contrastare la “tirannia del tempo” – dalle peripezie con i fuori-sacco sugli aerei di linea alle magie dei dimafoni – nel tentativo di accorciare il gap tecnico che è sempre esistito fra il reperimento delle notizie da parte dei giornalisti e la loro fruizione da parte del pubblico (….)

Non era una questione da poco. Questo gap riduceva infatti il peso delle notizie, le anestetizzava e ne condizionava perciò l’impatto politico(…). Oggi invece, nell’era del digitale e della Rete Partecipativa, il real time è una conquista effettiva e definitiva, che ha costi irrisori ed un impatto politico immediato. L’accelerazione nel processo di produzione delle notizie è tale che si parla ormai di “1440 minutes news cycle” (9): si è ormai in grado, cioè, di coprire un evento già dalle prime 24 ore; e  se Bush senior se ne stava con gli occhi incollati alla CNN tutte le volte che c’era da prendere una decisione politica, oggi Obama twitta in tempo reale con i suoi concittadini, anche se deve adattare il suo linguaggio ai 140 caratteri imposti dal new medium che lo ospita.

L’esempio però più eclatante di questa rivoluzione nel ciclo delle news è offerto dalla rivolta color zafferano, in Birmania, nel 2007. Solo dieci anni fa questa sollevazione popolare non avrebbe mai varcato i confini del Paese: troppo periferico, storicamente e culturalmente isolamento, e sottoposto inoltre ad una ferrea censura dal regime militare al potere. Invece, proprio grazie alle sinergie fra telefonia cellulare e Rete Partecipativa, la rivolta è finita sulle prime pagine di tutti i giornali del mondo. Le immagini sia pur amatoriali dei monaci buddisti che sfilavano per le strade di Rangoon, e la feroce repressione cui sono stati sottoposti, sono arrivati così nel tinello di casa di tutte le “casalinghe di Voghera” ed hanno addirittura varcato la soglia di Hollywood, con il film-documentario BurmaVJ . Fantascienza, rispetto alle tante guerre dimenticate del secolo scorso, che non avevano alcuna possibilità di accesso ai media mainstream  e scaldavano solo il cuore dei volenterosi.

Non esagera perciò chi sostiene che i social network e il web 2.0 agiscono ormai come “acceleratori delle crisi politiche e sociali”. Mantenere la segretezza infatti si fa sempre più difficile – Wikileaks docet – ma soprattutto le notizie viaggiano a velocità impensabili fino a pochi anni fa, e senza che dall’alto i poteri forti possano impedirlo. E’ successo con la rivoluzione dei gelsomini in Tunisia, che ha avuto proprio in Twitter e Facebook le sue piattaforme virtuali di aggregazione sociale – Merci Facebook c’era scritto non a caso sui muri di Tunisi – ed una finestra sempre aperta sul mondo, per veicolare informazioni, aggirare la censura e conquistare consensi nell’opinione pubblica internazionale. E’ stata la Rete ad accendere la miccia della protesta, dando ampio risalto al suicidio del venditore ambulante Mohamed Bouazizi, il 24 dicembre 2010, mentre i media tunisini si affrettavano a rubricarlo come un banale caso di cronaca. E nelle settimane che hanno preceduto la cacciata di Ben Ali e della sua cricca gli hashtag #Tunesien e #Tunisia su Twitter, così come i blog collettivi Nawaat e Nakriz con le loro molteplici pagine su Facebook, sono stati la fonte più utilizzata dai giornalisti dei grandi media internazionali accorsi sul posto per raccontare la rivolta. Dalla Rete arrivava inoltre buona parte delle foto, immagini e testimonianze giunte in Occidente: materiali quasi sempre di qualità e postati in grande quantità, che hanno permesso una copertura informativa molto più ricca ed approfondita di quella che i singoli inviati avrebbero da soli potuto offrire. 

Nuove opportunità, dunque, si aprono per il giornalismo. Ma sorgono anche nuove insidie. Come dimostra il caso libico. E’ vero infatti che le sinergie fra tecnologie digitali, telefonia cellulare e Rete partecipativa hanno ampliato ed arricchito la copertura informativa degli eventi globali; hanno però anche moltiplicato ed esteso, per un banale meccanismo di reazione, gli scenari della propaganda, delle guerre mediatiche  e della manipolazione. Lo dimostra già il fatto che molti governi – l’Iran, la Russia, Israele, la Cina, tanto per fare dei nomi – abbiano investito ingenti risorse nella creazione di una sorta di cyber-polizia, con il compito di monitorare costantemente i temi presenti su Internet e neutralizzarne le eventuali criticità. Analizzando d’altronde il grafico delle connessioni al web nei Paesi arabi toccati dalle recenti rivolte, si scopre ad esempio che il traffico Internet è stato completamente bloccato in Egitto dal 27 gennaio al 2 febbraio, è crollato in Yemen dal 7 al 14 febbraio, ed è sensibilmente calato in Libia a partire dal 16 febbraio, fino al black-out totale del 18 : sempre in coincidenza, cioè, con le fasi più calde delle proteste di piazza. Negli stessi paesi e negli stessi periodi, il traffico sulla piattaforma video Youtube e gli accessi alla piattaforma Google sono crollati del 90% (…)

Ma il vero pericolo è un altro. E’ la pratica di infettare la Rete, con l’immissione di contenuti informativi user generated di stampo propagandistico, abilmente camuffati. E’ la tecnica utilizzata in Libia dagli insorti di Bengasi, i quali sono riusciti in tal modo ad “occupare” la Rete – anche per l’ottusità del regime libico – imponendo così la visione degli eventi a loro più congeniale e riuscendo a far breccia nei mass media mainstream (14). Una volta costruito il frame dell’evento, non c’è stato verso di fare marcia indietro. E qualsiasi dettaglio discordante è stato sottaciuto (…).

A partire proprio dal caso libico è possibile evidenziare le zone grigie e le criticità che caratterizzano oggi l’effetto-Twitter ed il ciclo accelerato delle notizie ad esso legato. La prima, che può sembrare scontata ma è gravida di conseguenze inedite, è che la tempestività nel reperimento delle notizie, così come l’immediatezza nella loro comunicazione, finiscono per remare contro l’affidabilità delle varie fonti e le necessarie verifiche cui andrebbero sottoposte. La pratica per ora prevalente nei media è quella del “tweet first, verify later”, piuttosto che il contrario; il che soddisfa in pieno le esigenze di un ciclo produttivo delle notizie sempre più breve, ma le svincola dalle regole del giornalismo per assoggettarle piuttosto a quelle dell’infotainment. Il risultato è che le notizie non verificate, i rumours incontrollati e le truffe della propaganda sono sempre in agguato. Ed è sempre più difficile separare il vero dal falso e il fumo dall’arrosto.

Ad esserne condizionata non è solo l’opinione pubblica, nel suo diritto ad un’informazione corretta, ma anche il processo di decision-making in politica e nelle relazioni internazionali. E’ già successo ai tempi della guerra del Kosovo, nel 1999, quando sull’atteggiamento interventista della Nato pesarono non poco le bugie di guerra alimentate dall’UCK e dalla propaganda albanese sul presunto “genocidio” di cui Milosevic si stava macchiando. E se quella guerra “umanitaria” ebbe degli strascichi che durano a tutt’oggi – e che la diplomazia sta cercando faticosamente di risolvere – è perché venne decisa in fretta, sulla base di informazioni distorte e sotto la pressione di una campagna-stampa cui diede il suo contributo l’intero sistema dei mass media, con poche eccezioni (15). Il contesto non è poi dissimile da quello libico di oggi. E il rischio è che gli esiti siano ancora più disastrosi.

Per fortuna, gli scenari sono in rapida evoluzione. Fra i grandi media tradizionali, la BBC si sta già ri-strutturando in modo da integrare l’uso di contenuti informativi user generated nel proprio processo di reperimento delle notizie e stabilendo inoltre pratiche adeguate di verifica per ottimizzarne il trattamento. La CNN ha lanciato invece, fin dal 2006, un proprio marchio, IReport, per reperire e trattare contributi user generated da utilizzare nelle breakings news. Nei primi due anni fra video e foto IReport ha processato 100mila contributi, di cui il 10% è andato in onda. E dal 2008 IReport si è trasformata in una community on line: solo sull’Onda Verde iraniana, nel 2009, ha ricevuto 5200 contributi, di cui 180 sono stati approvati e mandati in onda.

Gli altri media, per ora, privilegiano  un atteggiamento meno definito e sostanzialmente più opportunistico. Hanno accettato cioè l’utilizzo di contenuti user generated ma solo come riempitivo: costretti dalla crisi economica che attanaglia il mondo dell’editoria, puntano infatti più a ridurre i costi che a migliorare l’offerta. Con il rischio di pubblicare notizie che il giorno dopo verranno smentite(…).

Il problema ovviamente non sta nella Rete, la cui credibilità  è uguale, né più né meno, a quella di tutte le altre fonti con cui si relazionano i giornalisti. E’ vero invece che alla “tirannia del tempo” si è sostituita la “tirannia del tempo reale”, che è sì una variazione sullo stesso tema, ma più perniciosa. Perché incoraggia la concorrenza selvaggia fra testate e un approccio superficiale alle notizie, favorendo così la diffusione dei rumours..

L’ultima grande “bufala” al riguardo è quella del sequestro della blogger lesbica siriano-americana Amina Arraf, che per mesi, da febbraio a giugno del 2011, ha gestito un suo blog personale molto seguito, “Gay Girl in Damascus”, con notizie aggiornate e riflessioni sui drammatici eventi in corso in Siria. Dietro quest’identità virtuale si nascondeva in realtà un maschio quarantenne, americano ma residente in Scozia, attivista politico e buon conoscitore di quell’area; il quale a un certo punto ha deciso di fare outing, svelando il clamoroso falso e chiarendo però di non aver danneggiato nessuno, perché “pur se la voce narrante era un prodotto di fiction, i fatti discussi nel blog sono veri e non falsificano la situazione in campo”. Il problema è che diverse autorevoli testate avevano “ripreso” il blog di Amina, utilizzandolo come una fonte accreditata nelle news e nei report sulla Siria, mentre su Twitter e Faceboook  la notizia del suo “sequestro” ad opera degli sgherri del regime siriano aveva scatenato appelli e mobilitazioni dei suoi innumerevoli supporter.

Anche in questo caso, però, la colpa non è della Rete e della sua presunta inaffidabilità, quanto piuttosto del sistema dei media tradizionali. I quali sembrano aver smarrito il  senso del rigore e della deontologia professionale, preferendo invece un’informazione sempre più leggera e urlata, che finisce per svuotare il lavoro giornalistico, inducendo una sostanziale perdita delle competenze professionali. Nel caso di Amina, così come in altri, va anzi dato atto alla Rete di aver coltivato non pochi dubbi sulla vicenda e di aver contribuito a svelare  questo “furto di identità”. Il tutto a dimostrazione del fatto che l’intelligenza collettiva del web 2.0 è un motore assai potente, che si è dotato ormai anche di validi anticorpi, purché si sappia come attivarli .

Va però sfatata l’idea che la Rete Partecipativa costituisca una fonte informativa “indipendente”. A popolarla infatti non sono solo i citizen journalist e le casalinghe di Voghera ma anche molti soggetti strutturati e/o istituzionali: Ong, agenzie di pubbliche relazioni, enti governativi, attori politici e personaggi pubblici, per non parlare dei mestatori e manipolatori di professione, accomunati tutti dalla ricerca di una comunicazione più informale e diretta con l’opinione pubblica, ma sempre “di parte”. Il caso più emblematico è quello dei talebani afgani, i quali, quand’erano al potere, non facevano mistero della loro avversione per qualsiasi strumento della modernità – foto, film, radio e tv – e oggi invece aprono pagine Facebook, gestiscono blog e postano video su Youtube, per fare proselitismo e seminare il terrore.  

Se è vero perciò che l’uso dei social network come fonte di notizia permette di raccogliere molti più materiali di prima mano sul terreno e consente inoltre una cronaca più rapida e accurata, è vero anche che la Rete resta un magma di comunicazione mista a propaganda. Per utilizzarla come fonte utile c’è bisogno perciò di giornalisti scaltri e preparati, rigorosi nella verifica e allergici al copia&incolla: capaci di filtrare, soprattutto, di approfondire e di contestualizzare i fatti. Senza fretta; altrimenti, come la gatta frettolosa, si rischia di fare i gattini ciechi.  

  

     

 

   

 

 

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in giornalismo e dintorni, La guerra in diretta, TV Talk e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...