Guerra, Alberghi & Giornalisti (*)

Non ci sono alberghi per giornalisti. Ci sono però, soprattutto in aree di crisi o di guerra, alberghi che vengono presi d’assalto dal circo dei mass media e diventano perciò gli alberghi dei giornalisti. Restandolo per sempre, anche a guerra finita. Non che per questo ci  guadagnino qualche stella in più, anzi; e di questi trascorsi molto spesso non vi è traccia nelle guide turistiche. Ma è un passato che segna questi alberghi. E qualche volta li consegna alla Storia.   

E’ il caso dell’Holiday Inn di Sarajevo, la cui facciata anonima ma sforacchiata dai proiettili dei cecchini e annerita dalle granate è diventato uno dei simboli dell’assedio serbo alla capitale bosniaca, durante le ultime guerre balcaniche. Oppure del Palestine di Baghdad, su cui un carro armato americano sparò una cannonata, nell’aprile 2003, durante la II Guerra del Golfo, uccidendo due dei giornalisti che vi alloggiavano e ferendone gravemente altri tre. Altrettanto blasonati sono il Commodore e il Cavalier a Beirut, di cui molti inviati ricordano con struggente nostalgia le cene (e soprattutto le bevute) a lume di candela, per mancanza di elettricità, ai  tempi della guerra civile libanese, alla fine degli anni ’70 e per tutti gli anni’80. E l’elenco potrebbe durare diverse pagine: dall’Intercontinental di Saigon al Rixos di Tripoli, passando per l’American Colony di Gerusalemme, il Rashid di Baghdad, l’Hyatt di Belgrado, il Grand di Pristina, il Marriot di Islamabad, l’Hotel Serena di Quetta, il Sahafi di Mogadiscio, il Mille Colline di Kigali, non c’è stata guerra che non abbia avuto i suoi piccoli e grandi alberghi di riferimento per le migliaia di giornalisti ed operatori dell’informazione chiamati da tutto il mondo a raccontarle. E il racconto della guerra si è sempre intrecciato con le consuetudini, gli aneddoti e le leggende sulla vita vissuta in questi alberghi: una vita fatta di lunghe attese e di frenesie repentine, di concorrenza all’ultimo sangue eppure di complicità, di lussi e privazioni, cinismo e noia, tanta noia, unita a un pizzico di umanità.

Insuperabile resta al riguardo l’affresco regalatoci da Evelyn Waugh in     L’inviato speciale, che è un libro del lontano 1944 ma sembra scritto ieri – e non risulterà sorpassato, temo, nemmeno domani. La tribù di imbrattacarte che popola l’immaginario Hotel Liberty del suo romanzo è infatti di una perfetta veridicità: c’è il giornalista più pagato degli Stati Uniti, autore di una cronaca dal vivo dell’affondamento del Lusitania scritta quattro ore prima che lo affondassero con un siluro; ci sono i due inviati inglesi, amici sì ma nei limiti in cui la professione concedeva loro tempo per sentimenti del genere; c’è poi il gruppo che se ne sta sveglio fino all’alba, a mangiare e bere, tanto paga il giornale; e c’è infine il giornalista che attribuisce modestamente i suoi grandi successi all’abitudine di svegliarsi prima degli altri. Inoltre, tutti gli inviati che stanno all’Hotel Liberty sono rumorosi – se ne lamenta la proprietaria – preferiscono starsene ammucchiati, controllando l’uno le mosse dell’altro, e vivono nella perenne attesa che succeda qualcosa che li scuota dal torpore. Sempre però con l’angoscia di perdersi la notizia del giorno.

Gli alberghi in realtà non sono solo una redazione improvvisata ma anche la casa e il confessionale degli inviati di guerra. A volte possono essere delle catapecchie, oppure non avere l’acqua calda in camera o i vetri alla finestra, come capitava molto spesso all’Holiday Inn di Sarajevo nei momenti bui. Quello che veramente conta è che ci sia qualcosa da mangiare, a tutte le ore del giorno e della notte, e soprattutto che ci sia un bar dove poter affogare nell’alcool le fatiche della giornata. Attorno al bar, infatti, e nella hall, si riuniscono in ordine sparso le varie tribù autoctone di cui si compone il grande circo dei media: autisti, interpreti, stringer, nullafacenti, faccendieri e informatori vari, volontari, cooperanti, funzionari internazionali, uomini politici e anche belle donne, tutti e tutte a caccia di denaro e di occasioni. E’ al bar e nella hall che si organizzano (oppure ci si inventa) gli scoop del giorno, che si stabiliscono le alleanze e si consumano i tradimenti, che si controllano a vista e quindi si marcano i concorrenti, nel tentativo di seminarli o di depistarli. (…)

* Pubblicato sul numero 34/2011 della rivista East. Per continuare a leggere vai su: http://www.eastonline.it/article/67  

 

 

 

 

    

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Una risposta a Guerra, Alberghi & Giornalisti (*)

  1. Giancarlo De Palo ha detto:

    Splendido e affascinante resoconto. Quanto a me, ricordo il MERIDIEN di Damasco dove si svolgeva, nel 1981, il Consiglio nazionale dell’OLP. Ci accovacciammo in attesa con mia madre per almeno una settimana. Aveva cura di noi un ragazzo palestinese affettuoso e intelligente, Afif Safieh, che ci fece ricevere prima da Abu Ayad, il capo dei servizi segreti di Al Fatah.
    Poi, nella notte della Pasqua cristiana, fummo improvvisamente convocati da Arafat, che ci comunicò, in presenza della collega Dina Nascetti, che Graziella era viva! Gli occhi gli lacrimavano, ma non certo per la commozione, bensì per la congiuntivite di cui soffriva…

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