A parziale risarcimento

I giornali ne hanno spesso storpiato il nome, o l’hanno addirittura omesso. Quasi fosse un      dettaglio. Ma nella vicenda dei quattro giornalisti italiani sequestrati e poi liberati in Libia c’è scappato il morto. Si chiama Ahmadi e faceva l’autista. In sua memoria ho deciso di pubblicare un estratto di un mio servizio sui media workers che apparirà sui prossimi numeri di East

In Italia l’unico nome che forse dice qualcosa, e solo agli addetti ai lavori, è quello di Ajmal Naqshbandi, l’interprete afghano rapito assieme a Daniele Mastrogiacomo, inviato di Repubblica, nel 2007. E la sua notorietà, poi, è dovuta non tanto alla fine tragica che ha fatto – ucciso vigliaccamente dai talebani – quanto al fatto che quella morte ha “guastato” la festa  per la libertà riacquistata dopo quindici giorni di prigionia dal giornalista italiano. Per fortuna la nostra coscienza ebbe in quei giorni un sussulto. Altrimenti, nessuno si sarebbe mai sognato di onorare Ajmal e di occuparsi della sua famiglia.

Di norma, infatti, gli interpreti hanno un destino infame. Come gli stringer, i producer e i driver. Tutte figure che sono condannate a restare nell’ombra, anonime e misconosciute, anche se il mestiere dell’inviato speciale difficilmente esisterebbe, senza di loro, e anche se la loro bravura è spesso all’origine degli scoop più famosi. Ne sa qualcosa il Premio Pulitzer del New York Times Sidney Schanberg, le cui celebrate corrispondenze dalla Cambogia dei khmer rossi devono molto all’abilità della sua guida e interprete locale, Dith Pran. C’è voluto però un film, Killing Fields in Italia è uscito nel 1984, con il titolo “Urla del silenzio” – per accorgersi dell’esistenza di questo piccolo e bravissimo cambogiano, che di professione era foto-giornalista e che solo per guadagnare qualche centinaia di dollari in più mise la sua passione, le sue conoscenze e la sua abilità al servizio dei colleghi stranieri.

Comunque, lavorando fianco a fianco, Pran e Schanberg diventarono  amici. Fu Pran a salvare la vita di Schanberg ed di altri due giornalisti occidentali dopo la caduta di Phnom Phen, nell’aprile 1975. I tre erano inseguiti dai khmer rossi intenzionati a ucciderli; e Pran prima li fece rifugiare dentro l’ambasciata francese e poi riuscì a ficcarli su uno degli ultimi aerei che lasciarono il Paese. Schanberg gli ricambiò il favore qualche anno dopo, nel 1979, correndo in soccorso dell’amico cambogiano che era riuscito a sopravvivere ai campi di sterminio di Pol Pot ma era ormai allo stremo, sistemato alla meno peggio in un campo profughi alla frontiera con la Tailandia. Schanberg non esita nemmeno un attimo e lascia San Francisco, riuscendo a caricare Pran su un aereo per portarlo negli USA, dove già viveva la sua famiglia, di cui Schanberg si sta prendendo cura.

E’ una bella storia, quella di Sidney Schanberg e Dith Pran, una storia a lieto fine, che non a caso fece da plot a un film di successo. In genere, invece, ai  collaboratori che in zone di guerra lavorano con i giornalisti stranieri, va molto peggio. Secondo l’organizzazione Reporters Sans Frontières in meno di dieci anni, dal 2002 al 2010, sono morti in giro per il mondo 560 giornalisti e 85 dei loro collaboratori locali. Secondo il Committee to Protect Journalist – che usa fonti in parte diverse – i giornalisti uccisi in quegli stessi anni sarebbero invece 851, di cui solo il 13% erano professionisti stranieri, mentre l’87% erano locali. Di certo, il Paese che ha fatto registrare più vittime è l’Iraq, con 264 giornalisti e collaboratori morti dall’inizio della guerra contro Saddam Hussein, nel 2003. E la stragrande maggioranza delle vittime sono da annoverare nell’ambito dei media worker, una categoria creata di recente, proprio per tener conto, ed era ora, dei locali che lavorano a vario titolo per i mass media internazionali, in zone di crisi o di guerra.

 

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8 risposte a A parziale risarcimento

  1. cirano ha detto:

    Hai citato dei film cult e la realtà come tu racconti non è prorpio una finzione. Ai media occidentali interessa solo della vita dei loro giornalisti tutti gli altri sono “mezzi” a perdere.

    • Stefano ha detto:

      Interessante. Ma perché “occidentali”?
      I media di altre “aree culturali” sono più attenti alla sicurezza dei loro media worker locali? Li sfruttano di meno? Da cosa ti risulta?
      E a te di stringer e driver ti importa qualcosa o è solo per sparare una bordata contro i media occidentali?

      • ferrivecchi ha detto:

        Perchè, Stefano, pensi che voglia “sparare bordate” contro i media occidentali? Per partito preso? Per accanimento? Sarebbe come spararmi addosso, visto che lavoro in Rai. Che i media workers siano una categoria un po’ negletta e meno protetta non lo sostengo solo io, ma tanti colleghi e organismi del settore. In più, non è un problema di “aree culturaIl”: semplicemente i grandi media sono quasi tutti occidentali.

  2. antonia ha detto:

    senza il fixer non vai da nessuna parte. rimani li in albergo cercando di capire e carpire cose ma sei out dunque grazie infinite

    • Stefano ha detto:

      Interessante. Ma perché “occidentali”?
      I media di altre “aree culturali” sono più attenti alla sicurezza dei loro media worker locali? Li sfruttano di meno? Da cosa ti risulta?
      E a te di stringer e driver ti importa qualcosa o è solo per sparare una bordata contro i media occidentali?

  3. Giulia Sciannella ha detto:

    Quel film è uscito prima che io nascessi, ma adesso lo cercherò per vederlo. Non è vero che l’autista libico è passato inosservato: quando nei resoconti i giornalisti hanno raccontato la vicenda, al suo nome la voce si incrinava. E in particolare il giornalista de La Stampa si è espresso quasi con un’ammissione di colpa, dicendo che è stato un atto egoistico metterlo in pericolo di vita per aggiungere qualche riga “di sapore” al pezzo.
    Certo, ho sentito qualcuno dire “per fortuna è finita bene”. Questo non è vero: un uomo è morto.

    p.s. grazie per l’amicizia su fb!

    • ferrivecchi ha detto:

      hai ragione, Giulia. Il pezzo di Domenico Quirico su LA STAMPA era molto toccante e rispettoso. Resta il fatto che servono procedure per rendere più sicuro anche l’attività dei media workers.

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