Due, tre cose sul giornalismo militante

The Six Ws of Journalism and Police Investigations

Image by Image Editor via Flickr

Si può essere giornalisti credibili e al tempo stesso militanti, al servizio di un ideale     politico oppure di un’ideologia? Secondo me no. O meglio: no, se non si riesce a separare i fatti dalle opinioni, che è regola fondamentale in questa  professione. E no se si nega l’evidenza dei fatti, la si distorce o la si piega alla propria visione politica e ideologica.  Certo, ci sono i giornali politici o di partito, alcuni dalla nobile tradizione e in cui  lavorano ottimi colleghi. Ma in tal caso il giornalismo militante è quanto meno dichiarato – come nella testata del Manifesto, dove campeggia la scritta: quotidiano comunista – e quindi il lettore sa bene che troverà alcune notizie e non altre, raccontate, analizzate e approfondite in un certo modo.

Il problema si pone quando la militanza non viene esplicitata o, peggio, viene sottacciuta. Ad esempio in Rete, dove spesso le notizie non hanno etichette – né di provenienza né di genuinità– e dove ognuno può dire la sua e diventare citizen journalist. In questo caso c’è il rischio che la cronaca di un piccolo o grande evento, sia nazionale che internazionale, venga condizionata da una lettura di parte. come c’è nel giornalismo di guerra, che è terreno assai scivoloso, vista l’oggettiva difficoltà di districarsi nel mare della propaganda che contraddistingue i conflitti armati. E fare l’embedded, anche se per una nobile causa, è una limitazione della libertà intellettuale, prima ancora che professionale.

Faccio solo un esempio. Relativo ai bombardamenti della Nato in Libia. Il regime di Gheddafi ha parlato di decine di migliaia di morti, mentre i portavoce dell’Alleanza Atlantica ne hanno ammesso appena qualche centinaio. A chi dar ragione? In questi casi, conviene affidarsi agli occhi, all’esperienza e alla competenza dei giornalisti inviati sul posto. Che in teoria dovrebbero poter fare le verifiche del caso, consumando la suola delle scarpe, e fornire così stime più verosimili. 

Non sempre succede, invece. Verificare questo tipo di notizie è una prassi infatti che accomuna solo i giornalisti-giornalisti. Mentre invece i giornalisti-militanti vanno a verificare solo le notizie che contrastano con la loro visione politica e ideologica – per poterle, caso mai, smontare – accettando le altre con malcelata soddisfazione, perché sono la conferma che loro sono dalla parte giusta. Naturalmente, ci sono giornalisti che si sono schierati, per partito preso, sia con Gheddafi che con i generali della Nato. Ma l’atteggiamento degli uni e degli altri è stato da giornalisti-militanti.. E non è servito a fare chiarezza.

Io, pur ritenendo che quella in Libia sia stata una guerra neo-coloniale e costruita sulle bugie, ho detto e scritto più volte che i bombardamenti della Nato sono stati, generalmente, di una grande precisione. Almeno fino a fine giugno. Certo, hanno fatto i  soliti danni collaterali di cui si rammaricano con lacrime di coccodrillo politici e generali, ma non nei numeri strombazzati dal regime. Questo ho visto andando in giro per Tripoli. E sfido chiunque a dire il contrario. A me piace essere onesto, anche a discapito delle mie idee.     

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Una risposta a Due, tre cose sul giornalismo militante

  1. jerbanews ha detto:

    Credo che nel pezzo sia stato tocato un punto molto importante: il rapporto tra internet e giornalismo. La voglia di dare notizie o di farsi ascoltare è diventata una moda ed una necessità di questo periodo. Chi segue i fatti sulla Libia sà benissimo come internet sia stata utilizzata per diffondere ogni tipo di informazione, sicuramente troppe, molte distorte e molte con secondi fini. Non cè nessuna regola che gestisce le informazioni che girano in rete, nessuna che vieta di dare notizie o non esiste nessun codice deontologico a cui attenersi. Ogniuno si costruisce la sua verità, distorta e personale. Antonella Vicini diceva qualche giorno fa una volta si diceva “L’ho sentito al telegiornale”, una frase che pochi ripetono oggi sostituita da quella piu’ attuale l’ho visto su internet. Non so quali mezzi abbiano i giornalisti per tutelare il loro lavoro, messi oggi a confronto con una marea di “condivisori di notizie”. Solo chi lavora nell’ambiente puo’ distinguere l’origine dell’informazione, il collega e a quale filone di pensiero appartenga, gli utenti hanno tutto a loro disposizione. Si possono fare molti danni, noi l’abbiamo visto qui sul campo e succede ancora, oramai è una moda. Personalmente sono certa che anche leggendo tutti i giornali che trovo qui in edicola non riuscirei a risalire a certe informazioni che solo in rete vengono scambiate. Il lavoro del giornalista si complica…

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