Due, tre cose sul giornalismo militante (2)

Con un articolo di Pino Cabras, Megachip ha rilanciato il dibattito che si era aperto   qualche giorno fa su questo blog, in merito al rapporto fra verità e informazione nella guerra di Libia.  Cabras non tiene conto del mio post sul giornalismo militante, ma in complesso è onesto e dice cose interessanti, oltre che ben argomentate. In merito è già intervenuto Cristiano Tinazzi . Io mi permetto di aggiungere solo qualche osservazione: 

1) Mai come oggi il giornalismo è in crisi, non solo in Italia, e può recuperare credibilità solo attraverso un nuovo patto di fiducia con l’opinione pubblica, che non ne può più ( almeno lo spero) di un’informazione asservita alla politica e al marketing. Serve innanzitutto ristabilire il primato dei fatti – che sembrano scomparsi, tanto per citare il titolo di un famoso libro – e da questo punto di vista la contro-informazione può giocare un ruolo importante, direi fondamentale, per contrastare la “nebbia di notizie”  che affligge spesso i media mainstream. Purchè il suo contributo non sia a intermittenza e non riguardi solo le cause politiche, in nome cioè dell’ideologia, mentre su altri temi e vicende si preferisce il basso profilo o il disinteresse.  Va bene perciò denunciare le bugie sulla guerra in Libia, ma non per questo bisogna dire che i bombardamenti della Nato hanno fatto degli sfracelli, o che i ribelli di Bengasi fanno gli stupri di massa, se questo non è vero. Ecco cosa intendo quando dico che alla propaganda non bisogna rispondere con la propaganda. Questo e nient’altro.

2) Le regole del giornalismo – quelle di sempre – devono riguardare tutti: sia i professionisti dei media mainstream che il citizen journalism, fatto da singoli, gruppi o associazioni. E l’informazione è una risorsa troppo preziosa per lasciarla in mano a dilettanti, esibizionisti, mestatori di professione e provocatori, magari al soldo di qualcuno. Da questo punto di vista, tutte le fonti di contro-informazione attive dalla Libia erano sospette: lo era la tv russa RT, lo era Tiziana Gamannossi con la sua sedicente Fact Finding Commission, e  lo era infine Thierry Meyssan. Il perchè l’abbiamo già spiegato e quindi non mi dilungo. Averle legittimate è stata una scelta quanto meno discutibile. Ed ha creato ipso facto la compagnia di giro di cui ho parlato. 

3) Chiudo con una considerazione. La contro-informazione per la contro-informazione è un peccato di narcisismo. Gratificante, magari, ma pernicioso. Coltivare cioè il proprio orticello, crogiolarsi nel “pochi ma buoni” oppure nel “siamo soli contro tutti”, può infatti favorire la sindrome da riserva indiana, che è il primo passo verso la faziosità. Questo vale per me e vale per tutti

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9 risposte a Due, tre cose sul giornalismo militante (2)

  1. giulio raffi ha detto:

    No, Ricucci,no. Il giornalista puro non esiste più o, quanto meno noi della rete non ne riconosciamo più l’assoluta fedeltà alla professione. Io, personalmente, passo 10 ore al giorno al computer e con tutti i miei possibili limiti ho imparato a destreggiarmi nel gineporaio informativo, ufficiale e dilettantesco. Quindi, non accetto più verità che non siano le mie. Questo poenso sia l’atteggiamento di tanti del momndo della rete. Così, scendi dalla cattedra perché nessuno è più in grado di dare lezioni a nessuno. Per fortuna!!

    • ferrivecchi ha detto:

      Caro Giulio, non sono mai salito in cattedrà e non intendo dare “lezioni” di giornalismo. Questa percezione è tua. Solo tua. Per il resto, non posso che dirmi contento per te, visto che ti basti da solo e sai perfettamente distinguere il vero dal falso che circola in Rete. Lasciami però libero di credere nel mio lavoro, che faccio con passione e – ti assicuro – con onestà.

      • giulio raffi ha detto:

        Mi dispiace npon essere d’accordo con un giornalista che stimo (alcune sue inchieste sono, oltre che uniche, di raro, ottimo livello), specie quando critica Meyssan che può fare errori ma dimostra un insolito coraggio e capacità di andare davvero controcorrente.
        Qui, lui forse non lo percepisce ma noi, di qua, avvertiamo, in ciò che scrive qui sopra, la posizione di uno che si mette in cattedra per dare lezioni su una materia fluida, l’informazione, che al tempo della rete non riconosce più maestri. E’ questo che intendo quando dico che ciascuno, volenfdo, ora può costruirsi la propria verità e solo DOPO, metterla in piazza perché altri ne ftruiscano senza condizionamenti.

      • ferrivecchi ha detto:

        Va bene costruirsi la propria verità, Giulio, ma prima bisogna sottoporla a verifica. Verifica attenta e scrupolosa. Altrimenti si vende solo fumo.

  2. FabioNews ha detto:

    Grazie per il vostro “dibattito” ricco di spunti…
    Ho letto con molto interesse i vari punti di vista e ho apprezzato in primis l’intenzione di non polemizzare per, al contrario, affrontare le critiche per cercare di capire meglio i limiti del giornalismo maistream e on-line. Sono convinto sia fondamentale per tutti confrontarsi sul ruolo del giornalista ai tempi di internet.
    Io sono un informatico che da più di 10 anni passa le sue giornate in rete e che sfrutta la rete per informarsi.
    Ho realizzato un sito-servizio (www.fabionews.info) non per trasformarmi in giornalista .. poichè sono consapevole di molti che fanno questo mestiere meglio del sottoscritto, ma per “aiutare” chi vuole informarsi in rete a “selezionare” l’informazione che non passa nei canali mainstream; le mie osservazioni sono pertanto più le osservazioni di uno che “consuma” l’informazione piutosto che di uno che la “produce”.
    Uno degli aspetti del giornalista (e chi gestisce organi di informazione) oggi, in una realtà nella quale non è l’accesso all’informazione il problema ma, al contrario, un flusso esagerato di informazioni, spesso contrastanti, che ci sommerge e dal quale non riusciamo a sottrarci ritengo sia proprio quello di aiutare il lettore a non perdersi fornendogli degli spunti per “solleticare” il suo spirito critico e magari aiutarlo a sviluppare gli anticorpi necessari a difendersi dalla manipolazione.
    La mia principale difficoltà in questi anni è stata proprio la “verifica delle fonti”, aspetto fondamentale al quale si dovrebbe dedicare sicuramente più tempo…. e aspetto per il quale è fondamentale riuscire ad individuare dei siti di informazione seri e indipendenti sui quali fare affidamento (affidandoci alla verifica delle fonti fatta preventivamente dal sito in oggetto).
    Sono d’accordo sul fatto che il media-attivismo è deviato da filtri “politici” portati dalla posizione del singolo sito-bloggher ma sono consapevole che gli stessi filtri (speso in maniera più nascosta e subdola che non nel media-attivisti) sono presenti anche nel giornalismo “classico” portati dalle idee e posizioni del singolo giornalista che scrive e in seguito dalla catena che dal giornalista arriva al lettore finale. Questa “catena” viene eliminata per il giornalismo on-line…
    Ritengo che questo sia un’aspetto molto interessante della rete e che i giornalisti “classici” dovrebbero “sfruttare”… eliminando gli intermediari il lavoro del giornalista può arrivare al lettore finale senza subire ulteriori deviazioni che non siano quelle di chi scrive e senza passare da ulteriori filtri che non siano quelli della scelta personale del lettore.
    I mezzi informatici per produrre un informazione “personalizzata” ci sono (fabionews è un progetto seppur molto artigianale che lo dimostra), manca la volonta di chi ha in mano i mezzi di informazione di lasciare il potere di decidere cosa e chi leggere al singolo lettore e non al “redattore” del giornale.
    Un’ultima osservazione vorrei farla proprio sul caso della guerra in Libia.
    Di fronte a una propaganda spudorata dei Media Maistream a favore della guerra in Libia gli articoli proposti da Megachip li ho trovati sempre stimolanti anche se alcuni non convincenti. Anche questi ultimi hanno contribuito a farmi comprendere la complessità della realtà narrata e i tanti possibili punti di vista ed interpretazioni diversi, stimolando lo spirito critico … Quello che è fondamentale e non prendere mai per oro colato un singolo articolo ma mantenere attivo il cervello anche nel momento in cui ci stiamo “abbeverando” da una fonte di cui ci fidiamo.
    Speriamo che questi dibattiti e le tante esperienze nate in questi anni nell’informazione on-line possano servire a migliorare al qualità informativa e ci aiutino ad aumentare la consapevolezza della realtà che ci circonda.
    Grazie ancora
    Fabio
    Replica

  3. Eva7 ha detto:

    Certamente, Terzani non ha esitato a denunciare quegli orrori per quell’onestà, ma non ha mai smesso di essere “militante” fino alla fine, continuando a mettere tutto in discussione, persino la verità dei fatti, e schierandosi dalla parte della nonviolenza.
    Per quanto riguarda il discorso del “mainstream”… Non credo di aver detto che l’informazione ufficiale diffonde solo menzogne. Credo che l’informazione ufficiale sia generalmente la voce di grandi interessi, quelli sì molto “di parte”. Poi che il meccanismo includa anche quegli onesti giornalisti, che però hanno degli obblighi, non lo metto in dubbio, semmai metto in dubbi che essi possano essere definiti “indipendenti”…
    Una sola precisazione su Vittorio… lui non scriveva solo per il manifesto, ma principalmente sul suo blog, e su altri canali indipendenti come peacereporter, e credo che se lo poteva permettere perché era un uomo libero.

    • ferrivecchi ha detto:

      Ti capisco. E in parte condivido anche. Ricordati però che in questo mestiere bisogna sempre coltivare il dubbio. E poi, parafrasando Gide – che si riferiva alla letteratura – mi viene da dire che spesso “con le migliori intenzioni si fa il giornalismo peggiore”.

  4. Eva7 ha detto:

    Gentile Ricucci, faccio parte di quel limbo che viene chiamato “mediattivismo”, in cui operano diverse forze, giornalisti freelance, analisti di comunicazione e media watch, blogger, attivisti e hacktivisti, controinformatori dilettanti, “compagnie di giro”, eccetera. Non amo il termine “controinformazione”, o meglio, farei una distinzione tra la controinformazione e l’informazione indipendente, notando che in nessuno dei suoi articoli sin dall’inizio di questo dibattito Lei ha scritto la parola “indipendente” accanto a “giornalista” o “giornalista-giornalista”. La differenza sostanziale per me è che la “controinformazione” è un’azione di difesa “contro” l’informazione mainstream, e si prefigge lo scopo di controbattere, smentire, smascherare, analizzare, denunciare le omissioni, distorsioni, censure e vere e proprie menzogne derivanti dal meccanismo dell’informazione mainstream. L’informazione indipendente oggi è quasi esclusivamente rintracciabile in quell’attività di informazione portata avanti in modo volontario e slegato da meccanismi economici e politici, che agisce al di fuori dell’informazione mainstream, diffondendo notizie e inchieste senza attaccare direttamente le versioni ufficiali. In entrambi i casi oggi lo scopo di queste forze è la controffensiva alla disinformazione del mainstream, e in quanto tale non può che essere “militante”, laddove il “militante” non deve essere necessariamente inteso come “ideologico”, semmai più spesso “idealistico”. Concordo con Lei quando dice che la controinformazione (che io preferisco chiamare, nell’insieme di controinformazione e informazione indipendente, “mediattivismo”) giochi un ruolo importante per contrastare la nebbia delle notizie, e concordo con Lei quando vede allo stesso tempo il pericolo che lo stesso mediattivismo concorra alla nebbia, quando esso non segue le buone regole del giornalismo che devono valere per tutti. Ma non concordo con Lei sul demonizzare l’informazione “militante”, che lei descrive come esclusivamente ideologica. Vittorio Arrigoni era un “giornalista militante”, perché dava voce a una parte del conflitto, la popolazione di Gaza. Vittorio era di parte? Sì, e lo era apertamente. Vittorio era “ideologico”? No, Vittorio era idealista. Perché Vittorio era “di parte”? Perché il popolo di Gaza non ha voce, e invece il suo scopo era proprio quello di dar loro voce. Una voce molto flebile in confronto al grande coro dei mass media mondiali in cui normalmente ha voce soltanto l’altra parte delle vittime, quelle israeliane. Se Vittorio avesse parlato in modo “equidistante” delle vittime di entrambe le parti, la sua voce sommata al coro del mainstream avrebbe portato allo stesso risultato, sempre e soltanto una parte del conflitto avrebbe avuto “più voce”. Vittorio non riportava “tutti” i fatti, riportava i fatti venivano sistematicamente ignorati e che forse meritavano di essere conosciuti più degli altri, ad esempio i fatti accaduti durante l’operazione Piombo Fuso e tanti altri fatti di cui non si trovava mai traccia da nessun’altra parte.
    Un altro punto su cui concordo con Lei è quando dice che l’informazione è una cosa troppo preziosa da lasciare in mano a “dilettanti, esibizionisti, mestatori di professione e provocatori, magari al soldo di qualcuno”. Questa è una cosa che nel mio piccolo cerco di combattere, ma non dimentichiamoci mai che è una cosa che avviene sia nel mediattivismo che nel giornalismo mainstream, e che spesso riguarda anche quelli che Lei chiama “giornalisti-giornalisti”. Se ci impegnassimo tutti, anche i “giornalisti-giornalisti”, oltre a seguire quelle preziose regole, a mantenere alta l’attenzione e l’autocritica per evitare di ritrovarci inconsapevolmente tra quelli che Lei elenca, forse potremmo isolarli, neutralizzarli, in un processo spontaneo di selezione naturale, e finalmente fidarci l’uno dell’altro e ricominciare a collaborare in modo disinteressato, senza dover difendere la propria categoria di “mediattivisti”, giornalisti “militanti” o “giornalisti-giornalisti”.
    E infine, concordo con Lei quando dice che bisogna riportare l’attenzione sui “fatti” e sulla verifica dei fatti, ma allo stesso modo l’attenzione anche alla cecità a cui spesso i soli fatti conducono. Vorrei ricordare solo le parole di quello che per me è stato un grande maestro, non solo di giornalismo, ma di umanità, Tiziano Terzani: “I fatti sono un velo dietro il quale la verità si nasconde”.
    Un caro saluto, Eva

    • ferrivecchi ha detto:

      Siamo d’accordo su molte cose, Eva 7. E questo mi consola. Mi limito ad aggiungere solo due, tre osservazioni: 1) Lavorando in RAI, dovrei far parte di quell’informazione mainstream che tu dici di voler combattere, perchè diffonde solo menzogne. Ti assicuro che io ho sempre fatto liberamente il mio lavoro, magari un po’ ai margini, ma senza subire grandi censure. Come me, ci sono nei media mainstream tantissimi giornalisti onesti e indipendenti, che lavorano solo per raccontare quello che vedono. 2) Vittorio Arrigoni la sua scelta l’aveva fatta e dichiarata apertamente: non spacciava quello che scriveva per verità assoluta, non aveva obblighi da cronista, aveva scelto di raccontare una realtà negletta e l’ha fatto con coraggio, sino alla fine. Ma per avere un’informazione completa, ai tempi di Piombo Fuso, le notizie che dava Vittorio Arrigoni andavano integrate con altre fonti, come ben sai. Lui poteva permettersi di essere di parte, anche perchè scriveva per un giornale di parte, il Manifesto. Chi lavora invece per il servizio pubblico o per un giornale mainstream ha ovviamente obblighi diversi. 3) Anche Tiziano Terzani è stato un giornalista militante. Da giovane ha amato la Cina e ha dato addirittura credito ai khmer rossi di Pol Pot, come molti giornalisti della sua generazione. Quando peròi ha visto con i suoi occhi gli orrori prodotti in quei posti dal comunismo “realizzato” non ha esitato un attimo a fare mea culpa e a denunciarli. Questà è l’onestà: dire la verità anche a discapito delle proprie convinzioni politiche o ideali.

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