La pietra scartata dell’11 settembre (*)

(*) Dal blog Fotocrazia di Michele Smargiassi su Repubblica:

La pietra che i costruttori hanno scartata, è diventata pietra angolare, è questa è l’opera meravigliosa del Signore. (Sal 118, 22-23)

                                                                                La foto che gli editori hanno scartata, è diventata un’icona. E questa è la sorte di molte immagini nel mondo dei media. Thomas Hoepker è un fotografo dell’agenzia Magnum, un professionista di grande esperienza. L’11 settembre 2011 era a New York, dove vive nell’Upper East Side, e alle prime notizie dell’attentato alle Twin Towers cercò di raggiungere il luogo del disastro. Per evitare i blocchi del traffico scavalcò Manhattan passando per Brooklyn, e mentre guidava, “con la coda dell’occhio” vide quella che anche in seguito avrebbe continuato a chiamare “una scena idillica”: un gruppetto di cinque ragazzi, tranquillamente seduti sul bordo del fiume, di fronte a un ristorante, che sembrano discutere godendosi il magnifico sole settembrino di quella giornata, senza prestare attenzione alla scena di distruzione che campeggia alle loro spalle. Fermò la macchina e prese due o tre scatti, uno dei quali vedete qui sopra.

Ma non volle pubblicare quelle foto. Non in quel momento. “Non suonavano bene”. “Ambigue e fuorvianti, non rappresentavano i sentimenti di quei giorni”. Il libro di Hopeker sull’11 settembre uscì dunque senza quell’immagine. Ma quella breve sequenza “sembrava chiamarmi ogni volta che la riprendevo in mano”, e alla fine, nel 2006, una di quelle foto finalmente trovò la sua strada in una mostra, anzi addirittura sulla copertina del catalogo.

Ma per qualcuno “suonava male”, ancora. La foto finì sotto accusa di cinismo morale. La foto, cioè i suoi protagonisti, s’intende, ma in fondo anche la foto in quanto tale, per aver rivelato al mondo che alcuni americani chiacchieravano rilassati mentre le Torri andavano in cenere. Editoriali severi stigmatizzarono il presunto inequivocabile messaggio dell’immagine, leggendola come il sintomo di una tendenza del popolo americano a dimenticare in fretta, di una voglia di tornare subito alla normalità, ai consumi, al benessere spensierato. Ne nacque una discussione sull’etica pubblica e quella privata degli americani che forse non aspettava che un pretesto per esplodere, e le fotografie sono sempre eccellenti pretesti (per loro e nostra fortuna).

L’era di Internet è grande, e non passò molto prima che almeno due dei newyorkesi finiti in quella foto (tra cui una fotografa professionista…) si facessero vivi. Per spiegare, come molti avevano già intuito, che una fotografia non poteva riuscire (non ci riesce quasi mai) a mai fotografare i pensieri, i sentimenti, le parole che quelle persone si stavano scambiando in quel momento, e che erano ovviamente tutti rivolti al dramma in corso. Faticosamente si capì che anche di fronte a una tragedia, soprattutto quando il dramma ha una lunga implacabile durata, e si è impotenti in quel frattempo a fare alcunché di utile o patriottico, non si può conservare all’infinito, come le statue di terracotta di Niccolò dell’Arca, un atteggiamento di plastica afflizione, ma si torna umanamente ai propri gesti abituali, alle posture “non significanti” di tutti i giorni.

Solo sul palco di un teatro i gesti devono sempre essere lo specchio delle emozioni interiori. Ma la fotografia non vede altro che esteriorità, ed è proprio in questi casi che può rivelarsi perfida: “Un’istantanea”, se ne rese conto amaramente uno dei fotografati, “può far apparire anche coloro che assistono a un funerale come allegri partecipanti a un party“.

Curioso, è proprio la stessa cosa che scrissi, scusate l’autocitazione, nel mio Un’autentica bugia a proposito della fotografia che sorprese due noti politici italiani col sorriso sulle labbra durante il funerale delle vittime di Nassiriya; riportando anche l’opinione in proposito di Massimo Percossi, autore di quell’immagine che aveva scatenato una tempesta di riprovazione, e cioè: “Due secondi e mezzo, tre scatti: sembra impossibile eppure in due secondi e mezzo si è interpretato l’intero comportamento durato più di due ore dei due soggetti” e la sua morale che continuo ncora a trovare splendidamente detta: “Alla fotografia manca una biografia: è avida del presente, ma orfana del passato”. (continua a leggere)

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Una risposta a La pietra scartata dell’11 settembre (*)

  1. fabio ha detto:

    mi piacerebbe scoprire, e con me molti altri, due cose dell’11 settembre: chi ha ucciso Massud e che fine ha fatto l’inchiesta sulle lettere all’antrace che dopo l’attentato scatenò una vera e propria psicosi….

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