11/9: meglio ricordare o dimenticare?

Nel fiume di retorica che ha caratterizzato questo decennale dell’11 settembre c’è stata, per  fortuna, anche qualche voce fuori dal coro. Una l’ho trovata sull’Harper’s Magazine ed è quella di David Rieff, che oltre ad essere il figlio di Susan Sontag è stato reporter di guerra in Bosnia ed è saggista acuto e gran provocatore.  Non a caso il pezzo in questione si intitola “I LIMITI DEL RICORDO” e offre diversi spunti di riflessione, anche perchè Rieff non paga dazio ai sentimenti nazional-popolari che accompagnano in genere questo tipo di commemorazioni. 

Siamo sicuri, si chiede Rieff, che ricordare sia meglio che dimenticare? Lo so che vado controcorrente, ammette, perchè da sempre ci ripetono che il ricordo è scelta responsabile mentre l’oblio è eticamente riprovevole. E tutti conosciamo quella frase di Santayana secondo cui “chi dimentica il passato è condannato a ripeterlo”. Eppure, argomenta Rieff, commerorare non è detto che consoli, anzi a volte può servire ad alimentare e a cristallizzare gli odi, come in Bosnia e in tutta l’ex-Iugoslavia, ma anche in Irlanda del Nord. Perchè questo genere di ricordo, aggiunge Rieff, attiene sempre alla sfera politica, alla lealtà e alla solidarietà nazionale, quindi non è mai innocente. 

Prima o poi, conclude Rieff,  bisognerà dimenticare. Com’è stato per Pearl Harbour e per l’odio contro i giapponesi. Perchè tutte le guerre sono destinate a finire, anche nella memoria. Anche quelle contro i jihadisti che hanno attentato alle due Torri. E forse, se le nostre società dedicassero un po’ d’attenzione all’oblio, oltre che al ricordo, e se la possibilità di dimenticare fosse quantomeno concepibile, come il dovere di di ricordare, forse quella pace che un giorno comunque finirà per esserci potrebbe arrivare prima.

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2 risposte a 11/9: meglio ricordare o dimenticare?

  1. Alessandro Pintucchi ha detto:

    Forse il Rieff sara’ stato corrispondente di guerra in Bosnia e probabilmente non c’era mai stato prima. Gli odi che attribuisce al dopo ci sono sempre stati. Posso testimoniare che, dal mio primo viaggio quando conobbi mio nonno, zii e cugini nel 57, quest’odio era presente e palpabile. Era sufficiente andare nella Basasa a mangiare un cevapcic per trovarsi circondati da sguardi ostili e sopportati solo per il denaro che spendevamo.

    • ferrivecchi ha detto:

      Rieff non dice che queste ultime guerre siano all’origine degli odi balcanici. Dice che nei Balcani il ricordo delle guerre alimenta l’odio, perchè è al servizio del nazionalismo. Che è cosa un po’ diversa,,,Ciao

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