Il rito del lablabi

Nei ristoranti non lo servono, perchè è un piatto povero, che si mangia soprattutto al mattino, a colazione o nelle pause del lavoro. Mentre nelle guide se ne parla poco o niente, perchè il suo sapore forte e speziato non si addice al palato delicato dei turisti. Eppure il lablabi è un must della cucina tunisina. E cercare una rosticceria, un banchetto per strada o una bettola che lo serva, è un bel modo per andare a zonzo, scoprendo le usanze del posto.                                        

Il lablabi è una zuppa di ceci, molto densa, cotta a fuoco lento e condita con succo di limone, harissa, cumino e olio d’oliva. Si possono anche aggiungere capperi, olive e un pezzo di carne, poi, a fine cottura, un uovo fresco. Ma la cosa più gustosa è che questa zuppa te la servono da un pentolone fumante, a cui ti devi avvicinare con la tua scodella già piena di pane, fatto a pezzetti, che se la beve tutta e si gonfia. Ne vanno matti soprattutto i lavoratori che gravitano attorno ai mercati, i pendolari che affollano le stazioni e gli studenti all’uscita dai licei. Per tutti il lablabi è una sorta di rito quotidiano, che costa poco e dà soddisfazione.

 Unici inconvenienti: c’è il rischio di ustionarsi e a volte il lablabi bisogna gustarselo in piedi, in mezzo al casino. Ma ne vale la pena. Secondo Wikipedia ci sono “lablabisti”, ristoratori cioè specializzati in lablabi, diventati famosi : come Ould Ebba, Ould H’nifa et Hattab. Sarà pure cucina di strada, ma i sapori e sono quelli giusti. 

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