Ventose, Citofoni & Giornalismo d’inchiesta

“Scusi, è lei il cugino del famoso camorrista Tal dei Tali?”. E l’altro, dal citofono: “No, non c’è nessuno qui. Se ne vada.” Ma il reporter incalza:  “Guardi, volevo solo sapere che ne pensava dell’ultimo agguato a Vattelappesca…”. Ancora dal citofono: “Via, vada via. Fuori dai coglioni. Ha capito?”. Stand-up finale, con tanto di sorriso : “Vedete, qui nessuno parla. E la tensione è alle stelle”.

Il dialogo è immaginario. Ma non più di tanto. Perchè il giornalismo televisivo d’inchiesta, all’italiana, sì è ormai affezionato ad un armamentario di mezzucci che magari fanno scena – e un poco di ammuina – ma sono di dubbia eticità e non contribuiscono certo a fare informazione corretta. L’uso del citofono è un must. Ad inventarlo sono stati i Santoro’ Boys, tanti anni fa, e ormai è diventato un tratto distintivo del nostro giornalismo d’assalto, di cui maschera le insufficienze. Tutte le volte che non si riesce a cavare un ragno dal buco, ci si appende infatti ad un citofono, sperando di trovare un condòmino abbastanza incazzato, con cui buchare il video (anzi, l’audio, perchè il tizio non si vede nemmeno). Più popolare ancora è la ventosa, ovvero la telefonata registrata e (quasi sempre) non dichiarata. Si accende la telecamera in redazione, si fa il numero prescelto e si provoca a ruota libera l’interlocutore, in genere vip, che non sa di finire in onda e, quindi, piscia spesso fuori dal vaso. L’ultima trovata è infine la micro-camera, che diversi colleghi utilizzano non per filmare l’Afghanista dei talebani e dei mille divieti ma le banali e sboccate conversazioni da bar, in luoghi pubblici, su temi però provocanti – chessò: l’immigrazione clandestina, dopo un fatto di cronaca, o la pena di morte – e ovviamente su apposita imbeccata (del giornalista).

Al limite del consentito sono infine i fuori-onda, vale a dire le dichiarazioni rese off the record, alla fine di un’intervista, che non sempre hanno un interesse supremo che le giustifica; e le docu-fiction, con cui vengono drammatizzate le intercettazioni telefoniche ed altre situazioni cui il giornalista non ha assistito ma di cui si sente autorizzato a fornire una rappresentazione, che spesso è viziata dalla soggettività.

Si dice spesso che l’uso di queste scorciatoie sia l’unica risposta possibile al Potere, che si è fatto sempre più opaco e sempre più arrogante. Il citofono e la ventosa, insomma, sarebbero armi (improprie) della contro-informazione. Io non ci credo. Penso semmai che siano lo specchio di un mestiere, il nostro, in cui si ha sempre meno voglia di consumare la suola delle scarpe e si ha un’idea sempre più vaga delle regole a cui attenersi. 

P.S. A chi voglia saperne di più su questo mestiere e sulle sue declinazioni all’italiana consiglio caldamente un vecchio libro di Wolfgang Achtner, IL REPORTER TELEVISISIVO, che è ancora attuale.

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2 risposte a Ventose, Citofoni & Giornalismo d’inchiesta

  1. Giancarlo De Palo ha detto:

    Io invece non sono d’accordo. Io se non avessi usato il registratore nascosto sarei finito molto peggio di quanto non lo sia già…

  2. Pino Bruno ha detto:

    Parole sante. L’uso del citofono nel giornalismo televisivo è una delle cose più orrende che siano state perpetrate contro la professione (il buon senso, l’etica, eccetera…)

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