Unti dal Signore

Sabeur, il ragazzo che ci ha accompagnato nella nostra recente visita a Sidi Bouzid,                è stato picchiato da un gruppo di salafiti, qualche giorno fa, perchè stava bevendo una birra davanti casa sua. La notizia mi arriva dal collega Kerim Bouzouita, che in un post esprime tutta la sua preoccupazione per la crescente aggressività dei “barbuti”, che non solo pretendono di avere la verità in tasca, in fatto di religione, ma si adoperano, bastoni alla mano, per imporre il loro modo di vivere agli altri. 

E’ da qualche mese che in Tunisia si assiste ad un’escalation di violenza, ad opera dei gruppi islamici più radicali.  Tutto era cominciato in maggio, con gli attacchi a diverse rivendite di alcolici e la chiusura a colpi di spranghe di alcune “case chiuse” nella medina di Tunisi. Poi c’era stato il 27 giugno l’attacco di un centinaio di “barbuti” al Cinema Africa-Art, in occasione della proiezione del film “Nè Dio nè Padrone” della regista tunisina Nadia Al Fani. Infine, in estate, il target sono diventati gli occidentali: a Kairouan è stato impedito l’accesso alla Grande Moschea per gli “infedeli”  e sulla spiaggia di Hammamet qualche turista in bikini è stata ingiuriata e cacciata a malo modo dalla spiaggia. 

Il mese prossimo i tunisini andranno alle urne per eleggere una nuova Assemblea Costituente, dopo la cacciata del dittatore Zine El Abidine Ben Ali, il 14 gennaio. C’è da sperare che il fondamentalismo islamico venga spazzato via dal voto e smetta di nuocere. Perchè i tunisini non hanno fatto la loro Rivoluzione per tornare indietro. Vogliono andare avanti.

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Attori in viaggio

C’è viaggiare e viaggiare. Perchè non sempre si guarda, si osserva e si vede. Quando ci si riesce, l’inatteso irrompe nel nostro quotidiano.  Quello che segue è un estratto da un viaggio di Marco Chimenton, pubblicato sul primo numero di DADA,  rivista di antropologia post-globale:

“Balcanici, i viaggi e i viaggiatori”

“Il passaggio di un confine è sempre qualcosa di molto particolare. Persino i  passeggeri che sanno di avere tutte le carte in regola e di non trasportare alcunché di proibito sono in qualche modo intimoriti dalle sbarre, dai caselli, dai poliziotti e dai doganieri. Certo non si può dire che i doganieri dei valichi bosniaci, croati e sloveni mettano a proprio agio usando cortesia e buone maniere, ma, certamente, tra questi, quelli più cordiali sono i bosniaci. La dinamica del passaggio di confine a bordo di un autobus è più o meno la seguente. Poco prima dell’arresto del mezzo, l’aiuto-conducente sveglia i passeggeri avvisandoli dell’imminente arrivo alla dogana e chiedendo loro di tenere a portata di mano i documenti. Poi apre la porta anteriore e si reca dal poliziotto e dal doganiere, portando con sé i documenti propri e del conducente, assieme alla documentazione relativa al veicolo. È lui ad avere il primo contatto con i doganieri, rappresentando tutto l’autobus e, infatti, è proprio lui che può tentare di ammorbidire i poliziotti. In particolare, la cortesia dei doganieri si può manifestare in due modi: nel controllo veloce e superficiale dei documenti, oppure nell’evitare ai passeggeri di scendere. Questa seconda cortesia non è poi infrequente e, soprattutto d’inverno, viene apprezzata dai viaggiatori. Si attende così il rientro in autobus del conducente con il responso: se dice “Preparate i passaporti per il controllo!”, tutti si lasciano andare sul sedile (adeguatamente ribassato) in attesa che salga il poliziotto; mentre, se la frase è “Scendete per il controllo!”, tutti iniziano immediatamente a vestirsi e a scendere dal mezzo. Interessante è anche la diversa voce con cui il conducente pronuncia queste due frasi: la prima è una voce fiera di chi è riuscito nell’intento di ammorbidire il poliziotto, la seconda è una voce con tono più basso e meno convinto, che tuttavia non lascia minimamente intaccare l’aura di autorità di chi la emette.                   

Quando si scende la procedura è semplice, ma può prendere molto tempo, il che, di notte, in inverno, può diventare davvero spiacevole. I passeggeri si raggruppano sul marciapiedi del lato destro della carreggiata e, uno ad uno, ordinatamente attendono che i documenti di chi li precede siano accuratamente ispezionati, prima di attraversare e raggiungere a propria volta il doganiere. Quando tutti sono risaliti, il doganiere, munito di pila, effettua una breve e superficiale ispezione del vano bagagli e dà il proprio “U redu”. I controlli in uscita da un Paese sono generalmente meno accurati rispetto a quelli effettuati dai doganieri che si occupano degli ingressi. Nel nostro viaggio, siamo solo a metà del primo attraversamento doganale, che consentirà di entrare in Croazia. La dogana croata è molto più precisa nell’identificare i passeggeri in ingresso e la lunghezza del processo dipende dai documenti che passano sotto gli occhi del doganiere: carte d’identità dei Paesi dell’ex-Jugoslavia, quelle dei Paesi europei e i passaporti. Se viene presentata una carta d’identità di un Paese dell’ex-Jugoslavia il rito è breve e si limita ad un veloce paragone tra la foto sul documento e il volto della persona che lo presenta. Con le carte d’identità internazionali, l’ispezione è un po’ più approfondita e, molto spesso, il doganiere pronuncia con tono interrogativo il nome indicato sul documento, per vedere come reagisce il proprietario. Infine, i passaporti sono quelli che richiedono più tempo in assoluto: oltre ad un accurato confronto tra foto e volto del proprietario, segue una rapida ispezione dei timbri e dei visti presenti nelle pagine del documento, l’esame per accertarsi che nessuna pagina sia stata incollata o tagliata, poi il controllo della banda ottica. Ogni tanto capita di attendere a lungo o che qualcuno resti a terra, fermato dalla polizia, per i motivi più disparati, come quando ci sono volute quasi due ore di attesa perché accertassero l’identità di  un passeggero, per poi trattenerlo, in quanto disertore; oppure, quando è stato ispezionato quattro volte il vano bagagli, a causa di un odore di benzina per il quale si sospettava che qualcuno stesse contrabbandando carburante, per poi scoprire che l’odore era causato da una perdita dal serbatoio.                                                      

Superato anche il secondo stadio della dogana, tutti si sentono sollevati e si preparano alla parte più tranquilla del viaggio, ovvero il tratto autostradale che porterà fino a Ljubljana, durante il quale si può riprendere sonno con la garanzia di non risvegliarsi fino alla prossima dogana, quella tra Croazia e Slovenia. Guardandomi intorno e ripensando a tutto il periodo del passaggio, realizzo di essere stato probabilmente l’unico ad inquietarsi: d’un tratto mi sembra che le sbarre, i caselli, i poliziotti e i doganieri abbiano intimorito solo me… come mai? ”  (leggi l’intero articolo)

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Il rito del lablabi

Nei ristoranti non lo servono, perchè è un piatto povero, che si mangia soprattutto al mattino, a colazione o nelle pause del lavoro. Mentre nelle guide se ne parla poco o niente, perchè il suo sapore forte e speziato non si addice al palato delicato dei turisti. Eppure il lablabi è un must della cucina tunisina. E cercare una rosticceria, un banchetto per strada o una bettola che lo serva, è un bel modo per andare a zonzo, scoprendo le usanze del posto.                                        

Il lablabi è una zuppa di ceci, molto densa, cotta a fuoco lento e condita con succo di limone, harissa, cumino e olio d’oliva. Si possono anche aggiungere capperi, olive e un pezzo di carne, poi, a fine cottura, un uovo fresco. Ma la cosa più gustosa è che questa zuppa te la servono da un pentolone fumante, a cui ti devi avvicinare con la tua scodella già piena di pane, fatto a pezzetti, che se la beve tutta e si gonfia. Ne vanno matti soprattutto i lavoratori che gravitano attorno ai mercati, i pendolari che affollano le stazioni e gli studenti all’uscita dai licei. Per tutti il lablabi è una sorta di rito quotidiano, che costa poco e dà soddisfazione.

 Unici inconvenienti: c’è il rischio di ustionarsi e a volte il lablabi bisogna gustarselo in piedi, in mezzo al casino. Ma ne vale la pena. Secondo Wikipedia ci sono “lablabisti”, ristoratori cioè specializzati in lablabi, diventati famosi : come Ould Ebba, Ould H’nifa et Hattab. Sarà pure cucina di strada, ma i sapori e sono quelli giusti. 

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Siamo tutti giornalisti ?

Qualcuno in Rete storcerà la bocca vedendo che ho usato il punto interrogativo e non il  punto, a chiusura del titolo. Mentre qualcun’altro, nelle redazioni, potrebbe inorridire alla sola idea di quel punto, senza interrogativo. In ogni caso il problema esiste. Ed è giusto affrontarlo senza alzare steccati corporativi, ma anche senza fare demagogia da quattro soldi.

Riflette da tempo su questo tema il gruppo di lavoro che pubblica sul sito LSDI. Ed è di questi giorni un lungo articolo che fa il punto sul dibattito internazionale in corso, con precisione e ricchezza di link. Provo a riassumerlo per i più pigri, ma invito tutti a leggerlo, perchè ne vale la pena. Procediamo per punti:

1) Con il web 2.0 e la nascita della Rete partecipativa si è rotto per sempre il monopolio dell’informazione, prima saldamente in mano ai professionisti del settore: giornalisti, media mainstream e fonti istituzionali. Il risultato è che oggi c’è sempre più gente che produce, analizza, pubblica e si scambia informazioni e conoscenze, al di fuori dei canali tradizionali. E’ la democrazia della Rete, è il massimo del pluralismo, ma non è tutto oro quel che luccica.

2) Chiunque può fare atti di giornalismo, raccogliendo e diffondendo informazioni. Quindi il giornalismo non può più essere definito attraverso chi lo fa, ma semmai per il valore aggiunto che dà alle informazioni su cui lavora. In termini di serietà, competenza trasparenza e rispetto della deontologia.

3) Se fare atti di giornalismo è ormai alla portata di tutti, farne la propria professione richiede un’abnegazione e un investimento senza precedenti. Solo chi lo capirà avrà la possibilità di sopravvivere e di reinventarsi, con un ruolo nuovo e più complesso, nel mondo di domani. Che è già cominciato.

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11/9: meglio ricordare o dimenticare?

Nel fiume di retorica che ha caratterizzato questo decennale dell’11 settembre c’è stata, per  fortuna, anche qualche voce fuori dal coro. Una l’ho trovata sull’Harper’s Magazine ed è quella di David Rieff, che oltre ad essere il figlio di Susan Sontag è stato reporter di guerra in Bosnia ed è saggista acuto e gran provocatore.  Non a caso il pezzo in questione si intitola “I LIMITI DEL RICORDO” e offre diversi spunti di riflessione, anche perchè Rieff non paga dazio ai sentimenti nazional-popolari che accompagnano in genere questo tipo di commemorazioni. 

Siamo sicuri, si chiede Rieff, che ricordare sia meglio che dimenticare? Lo so che vado controcorrente, ammette, perchè da sempre ci ripetono che il ricordo è scelta responsabile mentre l’oblio è eticamente riprovevole. E tutti conosciamo quella frase di Santayana secondo cui “chi dimentica il passato è condannato a ripeterlo”. Eppure, argomenta Rieff, commerorare non è detto che consoli, anzi a volte può servire ad alimentare e a cristallizzare gli odi, come in Bosnia e in tutta l’ex-Iugoslavia, ma anche in Irlanda del Nord. Perchè questo genere di ricordo, aggiunge Rieff, attiene sempre alla sfera politica, alla lealtà e alla solidarietà nazionale, quindi non è mai innocente. 

Prima o poi, conclude Rieff,  bisognerà dimenticare. Com’è stato per Pearl Harbour e per l’odio contro i giapponesi. Perchè tutte le guerre sono destinate a finire, anche nella memoria. Anche quelle contro i jihadisti che hanno attentato alle due Torri. E forse, se le nostre società dedicassero un po’ d’attenzione all’oblio, oltre che al ricordo, e se la possibilità di dimenticare fosse quantomeno concepibile, come il dovere di di ricordare, forse quella pace che un giorno comunque finirà per esserci potrebbe arrivare prima.

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Libia: fino a quando?

Anche se la Libia fa sempre meno notizia, qui in Italia, la guerra laggiù continua e non se ne intravede la fine. E’ vero infatti che fra esecuzioni, defezioni e fughe all’estero il regime di Gheddafi continua a sfaldarsi, anzi diciamo pure che è collassato; ma è vero anche che sul piano militare, smaltita la sbornia per la conquista di Tripoli, le milizie dei ribelli non riescono più ad avanzare e quelle dei lealisti non sembrano intenzionate a deporre le armi. E’ il caso perciò di chiedersi: fino a quando? Perchè una guerra come questa, che dura ormai da sette mesi, forse i Paesi europei (Italia in testa) non possono permettercela. 

Preoccupa innanzitutto la litigiosità di cui il CNT e le sue milizie continuano a dare prova. Ormai siamo alla guerra fratricida per bande, come segnala l’AFP, e Le Monde denuncia una crescente insofferenza dei ribelli di Misurata, che non hanno più voglia si sottomettersi al’autorità dei loro  “fratelli” di Bengasi. Da qui i ritardi nell’attacco a Sirte e Bani Walid, dietro cui si nasconderebbero anche rinnovate tensioni tribali e fra clan. Certo è che nemmeno Tripoli è ancora sotto il completo controllo degli insorti, il che la dice lunga sui tempi di questa guerra, che vede ancora tribù importanti come i Warfalla schierate con Gheddafi e intere zone del Paese dove i ribelli non si sono ancora arrischiati a metter piede e che vanno interamente bonificate. Lui, intanto, il colonnello Gheddafi, resta uccel di bosco e continua a disporre di armi, soldi e carisma per continuare la sua battaglia.

E la Nato? Il segretario Rasmussen ha da poco confermato che la missione non è giunta al termine. Sarà dunque prorogata, il 30 settembre, per la seconda volta. Ma l’ombrello delle risoluzioni ONU che avrebbero dovuto legittimarla è ormai pieno di buchi. Perchè è evidente che le missioni aeree servono non a proteggere i civili ma ad attaccare le residue forze di Gheddafi (e a scovare il qaìd, per farlo fuori). E poi perchè le forze speciali presenti sul terreno sono ormai un segreto di Pulcinella, anche se l’Onu non ne hamai autorizzato presenza, anzi l’ha sclusa. I soldi, infine. La Francia ha già ammesso di aver speso in sei mesi 320 milioni di euro . E noi? Possiamo permetterci di spendere ancora, visto il salasso della nuova finanziaria?

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La malizia del riccio (*)

(*) FONTE: Francesco Merlo su REPUBBLICA, 11-09-2011

 

“Il pescivendolo, coi piedi nudi e i muscoli nocchiuti, vendeva, nell’attesa, i branchi della   seppia, da mangiare crudi uno dopo l’altro, come patate fritte, e alla fine regalava una manciata di cicireddu, minutaglia accettata senza gratitudine perché «u cicireddu pisci è?».

Di crudo mangiavamo i gamberetti di nassa e i masculini — le alici — , piccoli, argentei, dissanguati. Non ci sono tartare né carpacci nella tradizione siciliana, ma pesci poveri da maltrattare in cucina come la cavagnola che da grande diventa ricciola, il capone e il pauro che è il dentice rosa («potenza della provvidenza…»), il sarago pizzuto, il tonno che costava poco e finiva stracotto nella cipuddata. Ma fosse pure cefalo, dentice o orata, il pesce era sempre arrusti e mangia, metafora dell’uomo che consuma tutto e subito quel che guadagna senza investimenti né salse, senza giochi di borsa né maionese, solo un ciuffo di ‘mauru, la verdura di mare che l’inquinamento ha fatto sparire.

                                               E si gustavano crudi il riccio e la cozza, slinguata platealmente perché il mare è un abisso di allusioni. Dunque il polipo, u puppu, è l’omosessuale. E nelle pescherie è tutto un annusare, al confine tra profumo e fetore, con lo stesso naso di Casanova che riconosceva all’olfatto le donne della sua vita: «Più forte era la traspirazione di quella che amavo più a me sembrava soave». Ed è così anche per la sarda e il baccalà, per il capone e per la zoccola, che è un magnifico crostaceo scuro, piccolo e brutto.

«Nel fondo del mar / nel fondo del mar / la foca barbuta / sempre piaciuta» canta oggi Vinicio Capossela. Non sa quanti pesci in Sicilia danno nome all’amore: panda, passera, pauru e pauru ca cricca, opa, balajola, bupa, bopa, pìchira pizzusa epìchira spinusa, specatrice, piscipoccu,balestra, runcu di papera, sangusu, sapuneddu, scannacavaddu,

scannaiaddu, scazzububulu, paddottola, cadduffu, piscisceccu, scrofana, stummu cu un occhiu, taddarita, tenchia, tracina, tremula, umbra, vastunaca, lappara, fravagghia, ciaula, trunzu e minula che è la puttana più provocante: un gran pezzo di minula, appunto.

E forse la malizia è il risarcimento del pesce nell’isola che aveva paura del mare e dunque fuggiva dalla costa e trasformava i marinai in braccianti e contadini, naviganti repressi, coltivatori di grano e agrumi. Perciò la cucina è di terra. L’estate sul mare è festa di ortaggi: caponata, peperonata, parmigiana. Anche la pasta con le sarde è più terra che mare, e sembra l’Etna la pasta con il nero della seppia, il suo bianco cappello di ricotta e la cima rossa di pomodoro. E il capitone è re del Natale solo perché ricorda la salsiccia, sale e ciccia. E lo stoccafisso, celebrato a Messina, è importato dalla Novergia e cucinato alla genovese.

Persino il pesce spada non è stanziale. Cosa ci rimane? La solita metafora. L’occhio di bue, per esempio, detto padella: «Allerta fimmini, ca passa u quadararu, scoprite le padelle e friggete u baccaluru»”. (Francesco Merlo)

 

 

 

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La pietra scartata dell’11 settembre (*)

(*) Dal blog Fotocrazia di Michele Smargiassi su Repubblica:

La pietra che i costruttori hanno scartata, è diventata pietra angolare, è questa è l’opera meravigliosa del Signore. (Sal 118, 22-23)

                                                                                La foto che gli editori hanno scartata, è diventata un’icona. E questa è la sorte di molte immagini nel mondo dei media. Thomas Hoepker è un fotografo dell’agenzia Magnum, un professionista di grande esperienza. L’11 settembre 2011 era a New York, dove vive nell’Upper East Side, e alle prime notizie dell’attentato alle Twin Towers cercò di raggiungere il luogo del disastro. Per evitare i blocchi del traffico scavalcò Manhattan passando per Brooklyn, e mentre guidava, “con la coda dell’occhio” vide quella che anche in seguito avrebbe continuato a chiamare “una scena idillica”: un gruppetto di cinque ragazzi, tranquillamente seduti sul bordo del fiume, di fronte a un ristorante, che sembrano discutere godendosi il magnifico sole settembrino di quella giornata, senza prestare attenzione alla scena di distruzione che campeggia alle loro spalle. Fermò la macchina e prese due o tre scatti, uno dei quali vedete qui sopra.

Ma non volle pubblicare quelle foto. Non in quel momento. “Non suonavano bene”. “Ambigue e fuorvianti, non rappresentavano i sentimenti di quei giorni”. Il libro di Hopeker sull’11 settembre uscì dunque senza quell’immagine. Ma quella breve sequenza “sembrava chiamarmi ogni volta che la riprendevo in mano”, e alla fine, nel 2006, una di quelle foto finalmente trovò la sua strada in una mostra, anzi addirittura sulla copertina del catalogo.

Ma per qualcuno “suonava male”, ancora. La foto finì sotto accusa di cinismo morale. La foto, cioè i suoi protagonisti, s’intende, ma in fondo anche la foto in quanto tale, per aver rivelato al mondo che alcuni americani chiacchieravano rilassati mentre le Torri andavano in cenere. Editoriali severi stigmatizzarono il presunto inequivocabile messaggio dell’immagine, leggendola come il sintomo di una tendenza del popolo americano a dimenticare in fretta, di una voglia di tornare subito alla normalità, ai consumi, al benessere spensierato. Ne nacque una discussione sull’etica pubblica e quella privata degli americani che forse non aspettava che un pretesto per esplodere, e le fotografie sono sempre eccellenti pretesti (per loro e nostra fortuna).

L’era di Internet è grande, e non passò molto prima che almeno due dei newyorkesi finiti in quella foto (tra cui una fotografa professionista…) si facessero vivi. Per spiegare, come molti avevano già intuito, che una fotografia non poteva riuscire (non ci riesce quasi mai) a mai fotografare i pensieri, i sentimenti, le parole che quelle persone si stavano scambiando in quel momento, e che erano ovviamente tutti rivolti al dramma in corso. Faticosamente si capì che anche di fronte a una tragedia, soprattutto quando il dramma ha una lunga implacabile durata, e si è impotenti in quel frattempo a fare alcunché di utile o patriottico, non si può conservare all’infinito, come le statue di terracotta di Niccolò dell’Arca, un atteggiamento di plastica afflizione, ma si torna umanamente ai propri gesti abituali, alle posture “non significanti” di tutti i giorni.

Solo sul palco di un teatro i gesti devono sempre essere lo specchio delle emozioni interiori. Ma la fotografia non vede altro che esteriorità, ed è proprio in questi casi che può rivelarsi perfida: “Un’istantanea”, se ne rese conto amaramente uno dei fotografati, “può far apparire anche coloro che assistono a un funerale come allegri partecipanti a un party“.

Curioso, è proprio la stessa cosa che scrissi, scusate l’autocitazione, nel mio Un’autentica bugia a proposito della fotografia che sorprese due noti politici italiani col sorriso sulle labbra durante il funerale delle vittime di Nassiriya; riportando anche l’opinione in proposito di Massimo Percossi, autore di quell’immagine che aveva scatenato una tempesta di riprovazione, e cioè: “Due secondi e mezzo, tre scatti: sembra impossibile eppure in due secondi e mezzo si è interpretato l’intero comportamento durato più di due ore dei due soggetti” e la sua morale che continuo ncora a trovare splendidamente detta: “Alla fotografia manca una biografia: è avida del presente, ma orfana del passato”. (continua a leggere)

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IL VIAGGIO DI PAUL E L’11 SETTEMBRE (*)

Da Great Game, il blog di Emanuele Giordana:

                          “I numeri sono di una freddezza asettica e spesso nemmeno danno la dimensione della quantità reale. Ma soprattutto difficilmente riescono a veicolare il dolore. Quanto ne produce la morte di 2.421 persone, tanti sono i civili uccisi dalla guerra in Afghanistan nel 2010? La freddezza del numero acquista calore relativamente a qualcos’altro: e rispetto a 26,4 milioni di afgani, tanti si stima ne vivano qui, è un bilancio “minimo”. La diarrea ne uccide ogni anno di più. Ma se lo paragoniamo al dolore di una famiglia nel paese dove è più facile al mondo per una madre avere almeno un figlio morto? E poco conta se lo abbia ucciso un “Ied” talebano, una bomba della Nato o un proiettile dell’Ana, l’esercito afgano. La morte non ha sigle né acronimi.

Nel primo semestre di quest’anno – che già si profila come il peggiore – in Afghanistan sono morti 1.271 civili. Un aumento che all’ospedale di Emergency a Kabul Emanuele Nannini riassume così: “una linea retta in ascesa che va verso l’infinito…”. E’ la guerra. Dopo dieci anni le vittime civili aumentano (così come quelle tra i soldati). Ai parenti non resta che quel dolore che, da lettori, rapidamente dimentichiamo passando a un’altra tabella, all’apparente neutralità delle percentuali, allo scarno successo sbandierato da un decremento del 64% in meno di morti e feriti causati da attacchi aerei. (continua a leggere)

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L’11 settembre e le grandi cerimonie dei media: tanto fumo e poco arrosto

E’ il decennale, d’accordo. E la morte di Osama Bin Laden gli conferisce   un’importanza  epocale,  perchè sembra aver chiuso il cerchio. Eppure, dal mare di speciali con cui viene celebrato sui giornali e in Tv questo anniversario dell’11 settembre, c’è ben poco che serva a capire e ad andare oltre il ricordo. Si fa a gara nello sparare titoli come fossero fuochi d’artificio, ci si inventa notiziole da lanciare come coriandoli, e si allestiscono con grande splovero gallerie di foto e di video. Ecco creato l’evento. Anche se, gratta gratta, c’è molto fumo e poco arrosto. 

Ma è così che funzionano le grandi cerimonie dei media. Ce l’hanno spiegato  Daniel Dayan ed Elihu Katz, in un libro che è del lontano 1992, “Media Events”, ma che resta di una    straordinaria attualità. Perchè il copione è sempre lo stesso, anche se varia il contesto a cui di volta in volta viene applicato. Può essere il funerale di Lady Diana, la finale di un Campionato mondiale di calcio, la visita di Giovanni Paolo II in Polonia o l’uccisione di Osama Bin Laden: sono tutti eventi in cui la società si rispecchia e che i media – anche nella speranza di incrementare vendita e audience –  vogliono celebrare a tutti i costi. L’effetto immediato è che nell’agenda mondiale vengono eliminati tutti i concorrenti, perchè l’evento mediatico è per natura monopolistico ed esige il massimo dell’attenzione. Inoltre, gli eventi mediatici creano identità e, quindi, sono fra le fonti più importanti di influenza sugli atteggiamenti e sulle opinioni.  

E’ in tv che le grandi cerimonie dei media riescono meglio. Ma la carta stampata si è adeguata ed è riuscita a ritagliarsi uno spazio proprio. Niente di male, per carità. L’importante è ricordarsi sempre che la storia è processo e non eventi.

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