L’Africa e i treni a vapore

Di treni me ne intendo perchè sono calabrese. E il mio apprendistato l’ho fatto sulla mitica  Freccia del Sud su cui  hanno sofferto e costruito la loro educazione ferroviaria intere generazioni di meridionali in viaggio per il nord. Quando si parla perciò di notti insonni, di promiscuità oscena e di claustrofia da soffocamento so bene di cosa si parla. E non mi si dica che era tutto molto romantico, per via delle valigie di cartone, del pane fatto in casa e delle bottiglie di vino che giravano da uno scompartimento all’altro, con grande generosità. Io smadonnavo e basta. Perchè ho sempre detestato gli assembramenti e le folle, anche quando ero comunista.

Il viaggio in treno più traumatizzante l’ho fatto però in Africa, con Nino Fezza. Sul treno Dakar-Bamako, L’Express, che impiega ancora oggi non meno di 48 ore per fare 1250 chilometri. Noi siamo saliti a metà percorso, a Tambacounda, ma vi assicuro che basta e  avanza. Innanzitutto perchè L’Express è un treno random, che non ha orari fissi e non si sa mai quando e se c’è. Può darsi che sia deragliato, che l’abbiano sospeso, che sia stato attaccato dai banditi oppure che si sia perso nella brousse per uno dei tanti misteri africani su cui un toubab, un bianco, è inutile che faccia domande. E poi salire sull’Express vuol dire abituarsi all’idea di stare fermi, immobili, per ore e ore, come fachiri indiani. Il treno è infatti stracarico di gente, animali e bagagli. E si sta gli uni appiccicati agli altri, i più fortunati seduti, gli altri in piedi, senza poter muovere nemmeno un sopracciglio. Noi non siamo riusciti nemmeno a filmare, che  era lo scopo del nostro viaggio. E all’arrivo a Bamako mi sono accovacciato come tutti sui binari, in stazione, per fare finalmente i miei bisogni corporali, dopo 12 ore, perchè l’unica toelette dell’Express era occupata da un montone e da diverse galline. 

In confronto, la Gazzelle, che collega Abidjan a Ouagadougou, è un Eurostar. Non tanto per la velocità, che in Africa è un’astrazione, quanto per il fatto che ci sono scompartimenti da sei e quindi un minimo di comodità. Puoi chiacchierare con i tuoi vicini, sgranchirti le gambe, comprare cibo alle fermate sporgendoti dal finestrino, e soprattutto puoi bere qualche birra fredda – ma solo alla partenza, nelle singole stazioni, perchè poi il ghiaccio nel quale le tengono si squaglia – nell’angolo dove bivacca il controllore, che arrotonda così il suo stipendio. 

Mi manca in Africa il treno che da Djibouti sale fino ad Addis Abeba, il treno del Negus.  Ma spero prima o poi di salirci. Mi dicono che sia fra i più pericolosi, perchè il percorso è molto accidentato e gli attacchi dei predoni non sono un’eccezione ma l’abitudine. Vedremo.

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Una risposta a L’Africa e i treni a vapore

  1. madpack ha detto:

    Un viaggio in treno è sempre un’avventura, anche se a volte sofferente, mi ricordo un viaggio (Milazzo – Aosta) seduto sul mio zaino con la guancia schiacciata contro la porta del cesso, beh… solo fino a Torino 🙂

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